Recensioni: Ivica Đikić, “Metodo Srebrenica, 1995. Il genocidio nel cuore dell’Europa”. Bottega Errante Edizioni

Di Elisa Benedetto

Pubblicata anche su L’Arduino, settembre 2026

Come è stato possibile, alla fine del Secolo Breve, un succedersi così tragico di eventi bellici nel cuore della civile Europa? Uno stato, la Jugoslavia, che ha professato la fratellanza dei popoli che la componevano, come ha potuto trasformarsi nel nocciolo duro dei nazionalismi più rivoltanti?

Ivica Đikić analizza motivazioni, avvenimenti e protagonisti, soprattutto la figura del colonnello Ljubiša Beara, l’organizzatore del massacro a Srebrenica e dintorni, come questo venne progettato tra i fumi dell’alcool in soli due – tre giorni e realizzato in cinque giorni dal 13 al 16 luglio 1995, con molta fatica perché troppe erano le persone da uccidere e non si trovavano armi e bassa manovalanza disposta a premere il grilletto. Per Beara l’eccidio era il suo unico compito, non la conduzione di operazioni militari, né il comando di formazioni in combattimento, né la raccolta di informazioni nell’area nemica e nemmeno il mantenimento della disciplina tra le proprie fila: l’imperativo categorico era l’eliminazione dei prigionieri bosgnacchi.

In questo libro ci sono tutti i nomi: da Ratko Mladić, scomparso all’Aia il 27 agosto 2026, a Radovan Karadžić, dallo stesso Ljubiša Beara, a Zdravko Tolimir, fino ai quadri intermedi e alle ultime propaggini della macchina dello sterminio. Dagli autisti di scuolabus che con i mezzi portavano i prigionieri alle esecuzioni davanti alle fosse comuni, a quelli dei camion che caricavano sul cassone i cadaveri da magazzini, scuole, fabbriche. dove era avvenuta la mattanza.

E poi c’è la denuncia nei confronti delle forze UNPROFOR del colonnello olandese Thom Karremans che aiutarono i Serbi a separare gli uomini dalle donne e che vendettero loro la benzina pagata dai contribuenti europei per la movimentazione degli automezzi.

Questo è un libro che lascia un segno, un profondo disgusto per l’inumano che il tribunale della Corte Penale Internazionale dell’Aia ha solo in parte mitigato con le sue condanne.  Settemila bosgnacchi sono stati identificati e seppelliti nel cimitero-memoriale di Potocari. Mille sono ancora dispersi nelle varie fosse secondarie presenti nella regione. Ogni anno tre o quattro persone vengono identificate. Potocari è sempre in attività.

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