Di Elena Cappai
Pubblicata anche su L’Arduino, settembre 2026
La lettura, una passione antica.
La condivisione, un piacere.
Quanto dista da Locri il Forte di Fenestrelle? Notti di treno, stipati stretti fino ad Asti. Poi treno ancora, e camion e passi. 4000 gradini.
Il Forte era là. Giuseppe non lo vide subito. Lo scorse solo dopo un tornante, quando il sentiero si aprì su una valle stretta e cupa, fiancheggiata da abeti altissimi. Allora capì perché lo paragonavano a un gigante.
Come cambiano le mani dalla terra al fucile?
Il cielo limpido e il sole della costa ionica sulla pelle con la zappa in mano, facendo attenzione a non strappare i gambi dei broccoletti. In bocca, già il sapore. Nelle orecchie, la risata ciarliera di Angela e Maria. E quella memoria del corpo, stirpe di cacciatori, che si scopre imbracciando un fucile: «Tieni bene il fucile. Hai mani ferme. Mio padre era cacciatore, quando c’era la stagione buona. Il Capitano annuì, poi voltò lo sguardo altrove. Ma prima di andare via, disse: “Le mani non mentono. Ricordatelo”».
A cosa serve leggere e scrivere, se la terra ti risponde benevola e la filanda ti aspetta?
Serve in un giorno di inizio marzo, è il 1940, quando qualcuno lontano dalla quiete della campagna chiama alle armi. Lento, suo malgrado obbediente, si avvicina il postino. Eccola, la cartolina. Che già si capisce che porterà lontano, con quelle lettere vergate che prendono la voce di chi le sa riconoscere. Giuseppe Furfaro, c’è scritto. Asti. Tra cinque giorni. «La cartolina era un comando, ma sembrava un commiato. Un taglio netto tra il prima e il dopo».
Un presagio oscuro che prende il nome di guerra. La salda certezza di un uomo di pace: tornerò.
Studiosa e scrittrice, fiera memoria del passato, Lina Furfaro ci presenta suo padre. Una storia bella, che sa di pace malgrado la guerra, di speranza, del valore dell’obbedienza, del coraggio della determinazione. E della vita di chi sa godere delle cose semplici: «Quando arrivava alla mensa e vedeva quella cesta grande, col pane ancora caldo e invitante, cambiava tutto. Lì gli occhi brillavano anche se non c’era sole. Prendeva la pagnotta con due mani, la stringeva un secondo, come fosse una stufa personale».
La famiglia, lontana un’Italia intera, sempre nel cuore. E così Giuseppe raccoglie opportunità e strumenti. Dalla guerra, porterà a casa la magia delle parole lette e scritte, un filo intessuto, quello che chiamiamo cultura, fonte di riscatto. Giuseppe diviene un punto di riferimento al Forte, gli incarichi che richiedono cura e responsabilità sono suoi, così come le vere amicizie, quelle che sopravviveranno alla guerra e quelle che resteranno sulle terre violate dal conflitto.
Giugno 1940. Poche parole da un balcone e la vita cambia, anche quella di Giuseppe. Non furono polveri e proiettili, ma la montagna. Amica pronta a tradire. Un passo falso, un tonfo sordo, la neve e la paura che sarebbe finito tutto lì. «A vederlo, all’inizio, sembrava solo un mucchio d’uniforme e fango, un corpo senza peso riverso tra pietre e muschio». Una caduta, la ferita della paura, gli occhi di Maria divenuti sogno e non più attesa.
Sarà stata la fraternità, la bontà d’animo, una qualche stella che brilla in Calabria preziosa come sulle Alpi o forse la fiera sopportazione: nessuna lamentela per il dolore. Solo attesa del ritorno. Una pausa di alcuni giorni, poi di un mese. Rivedere la sua terra come sospeso.
Che identità ha un soldato ferito? Senza quel braccio, né la terra, né il fucile.
La guerra lo stava cambiando. Lo asciugava. Lo scavava, lo temprava. Ogni gesto […] diventava una forma di tacita dignità. […] La sua guerra non era fatta di assalti, ma di attese. Non di medaglie, ma di piccoli gesti.
Fermo immagine: di nuovo la neve sul Forte, l’inverno che non perdona, il gelo nelle ossa. Le esercitazioni. La guerra con le sue bombe, le angherie, i silenzi.
Giuseppe Furfaro camminerà tutti i suoi passi verso casa, dopo l’armistizio, determinato a non soccombere all’abbandono. Sposerà Maria, come in ogni lieto fine, a lunga attesa premiata. E, come in un flashback, restituirà a sua figlia la memoria, la stessa che lei regala ai lettori con questo romanzo lieve e intenso.
La storia di un uomo che ha accolto con dignità scelte non sue e che della sua umanità ha fatto un vessillo. Fatto di piccoli segni, di parole scritte e raccontate, di una pietra piatta del cortile per non dimenticare.
Dove non arriveranno le lettere, arriverà la memoria. E così fu.

