Recensioni: Federico Santangelo, “La religione dei Romani”

Pubblicato anche sulla rivista L’Escalina, anno VIII numero 1, 2026

La parola latina religio è solitamente tradotta in italiano con «religione»: ma si può davvero parlare di «religione» nell’antica Roma? Che origine avevano gli dei? Per quali ragioni, con quali intenti e in che modi ci si rivolgeva loro? Ha senso parlare di «fede» nel contesto di una religione politeistica? La conquista romana del mediterraneo perché porto Roma a tollerare i culti locali delle popolazioni conquistate anziché sopprimerli drasticamente? Queste e molte altre domande verranno analizzate attraverso un interessante sviluppo i diversi capitoli. Fra tolleranza e repressione si affronta il pluralismo religioso nella Roma repubblicana, a visitarne in ogni luogo dell’impero i templi. Le case degli dèi, per poi analizzare la funzione e il valore degli dèi in casa esplorando la sfera della religione domestica, il pubblico e il privato. Poiché la società romana era basata sullo schiavismo, l’autore offre spunti interessanti sul rapporto schiavo – divinità del tutto analogo a quello del libero cittadino di Roma con la divinità. Cosa offriva la «religione» romana alla sorte degli uomini? Un patto individuale e una serie di gratitudini che si esprimevano nell’ex-voto al l particolare santuario e poi il punto, lucidamente illustrato su ciò che appariva per la religione di stato anche un potenziale problema nel capitolo Leggere il futuro, pensare il rischio. Ancora deviazioni con L’invenzione della magia: fra religione e diritto e quindi quali opzioni religiose nell’ammissione di nuovi culti egiziani o mediorientali e infine la costruzione della persecuzione come risposta imperiale al cristianesimo, culto segreto che sfugge all’occhio dello stato.

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