Pubblicato anche sulla rivista L’Escalina, anno VII numero 1-2, 2025
Nel percorrere le vicende del culto di San Valerio Vescovo (onorato a Lu, ma anche in altri comuni limitrofi da Alessandria a Casale) l’autore delinea in realtà le vicende storiche e urbanistiche di Lu, piccolo abitato del Monferrato, con sguardo attento e ben informato dalle giuste fonti e con profondità e completezza, a partire dalle rare notizie fornite dall’XI secolo fino alla metà del XX. La devozione al Santo, la richiesta e l’affidamento alla sua protezione per ogni evento si è mantenuta nel tempo, e lo svolgersi della sua festa il 22 gennaio è il perno della vita locale del piccolo abitato, per altro scandita dall’alternarsi delle cure agricole (coltivazione di cereali, anticamente anche di oliveti, pastorizia ovina e bovina e soprattutto cura delle viti) ma anche mercantili, con famiglie che avevano interessi a Casale e finanche con le Fiandre e il Brabante (i fratelli Bobba, i Della Valle, i Corniola, i Maimone, gli Schiavina), dinamici proprietari fondiari e registi dei più importanti avvenimenti. I fratelli Daniele e Antonio Bobba acquisivano nel 1448 la castellania, il maniero e il borgo fortificato, allora sotto i Paleologi. In seguito, i Della Valle ricevevano da Sisto IV la possibilità dell’erezione della chiesa Collegiata di Santa Maria Nuova nel 1479, cantiere durato fino al 1486.
Frattanto una piccola chiesetta dedicata a San Valerio veniva eretta entro il recinto fortificato del castello; questa conteneva in una cassa il corpo di San Valerio Vescovo, martirizzato secondo le credenze locali in un campo tra Lu e Occimiano, trasportato a Lu, ma un dito conservato a Occimiano. Il riverberarsi delle grandi vicende europee sulla vita locale, in particolare sulla devozione a San Valerio, secondo gli intendimenti della «microstoria» è bene espresso dall’autore: le tre guerre d’Italia del XV e XVI secolo, videro il Monferrato conteso fra ducato di Milano, Asburgo, Spagna e Francia; il trattato di Cateau-Cambrésis poneva fine alle mire francesi, restituendo il Piemonte e la Savoia al duca Emanuele Filiberto. Ma in sede locale ruberie e devastazioni durante le ostilità portavano all’incendio del castello e della chiesetta di San Valerio contenuta entro il suo recinto, depredato per ordine del governatore francese Cossé De Brissac. Ricostruita prontamente la chiesetta di San Valerio, sebbene isolata e senza la protezione del castello distrutto, non contenne più il corpo ma solo le ceneri del Santo. Frattanto era stato commesso un busto argenteo dotato di mitria vescovile per contenere le reliquie di altre parti ossee del capo del Santo, mentre le ceneri rimanevano custodite in una cassa ben protetta.
La visita pastorale di monsignore Aldegatti del 1568 cita entrambe le reliquie conservate nella chiesetta sul colle e le tre parrocchie di Santa Maria Nuova, la più importante, San Giacomo e San Nazario, mentre altre piccole cappelle campestri appaiono rimaneggiate o scomparse per volere del concilio tridentino. La peste del 1630 passava anche da Lu dimezzando la popolazione; moriva senza eredi il signore locale, Traiano Bobba, e il feudo passava alla Camera Ducale del Monferrato, ceduto poco dopo a banchieri genovesi per fronteggiare gli oneri per la costruzione della cittadella di Casale. Infatti, il Monferrato diventava nel Seicento un territorio strategico per gli equilibri europei e Lu, infeudata a metà secolo alla famiglia Della Valle, risollevava le sue sorti nella prosperità generale: crescita demografica, miglioramento economico e sistemazioni edilizie. Veniva ristrutturata nuovamente la chiesetta di San Valerio isolata sul colle entro i ruderi del castello a spese di Giò Antonio Bobba (pavimento, facciata con campaniletto a vela e campana poi abbattuto, stucchi di Giuseppe Carlone, affreschi sulle pareti e sul soffitto) e si dedicava maggiore sfarzo alla festa patronale con spese per musica, fuochi «di gioia», candele, mortaretti e infine veniva preparato un «baldacchino processionale» per portare in processione l’urna e il busto argenteo, inaugurato nella festa dell’anno 1700, ai quali si aggiunsero, più tardi, due nuovi reliquiari: due bracci argentei impugnanti tre spighe dorate l’uno e la palma del martirio l’altro. Grande onore era riservato ai quattro e poi ai sei addetti al trasporto del baldacchino, la dignità del loro rango veniva in questo modo riconosciuta pubblicamente e ostentata dai notabili del paese prescelti.
A seguito della guerra di successione spagnola e della pace di Utrecht, il Monferrato – e Lu – passava dai Gonzaga ai Savoia, senza ulteriori cambiamenti: la festa patronale più importante restava quella dedicata a San Valerio. Ma nel 1720 avvenne un grave episodio: il furto delle reliquie argentee del Santo. Trovati i ladri, recuperate le reliquie ma non l’argento ormai fuso, seguiva la scomunica e la cruenta decapitazione dei colpevoli dopo essere stati trascinati «a coda di cavallo». Il busto fu rapidamente rifatto e portato in processione già un anno dopo, pagato con una colletta tra i fedeli; anche i due reliquari in forma di braccia furono sostituiti nel 1742, ma a spese del prevosto Antonio Francesco Colli; entrambe le reliquie ricalcavano le precedenti.
Nel Settecento, tuttavia, si ebbero episodi positivi per l’assetto edilizio del paese: molti rifacimenti furono attuati nella chiesa di San Nazario e fu costruito uno «scurolo» sotto la chiesa Collegiata di Santa Maria Nuova per contenere in sicurezza le reliquie del Santo. Il rinnovato slancio devozionale per San Valerio si accrebbe: ne sono testimonianza la diffusione dei nomi Valerio e Valeria, conferiti ai battezzandi e il grande e partecipato ricorso all’intercessione del patrono per l’aiuto negli eventi naturali nefasti (la siccità, la peste bovina). Fu riallestito il baldacchino processionale, ma la chiesetta sul colle dedicata al Santo, privata delle reliquie, fu declassata a deposito e abbandonata.
Con il pieno Settecento i dati locali si intrecciano sempre più agli avvenimenti nazionali: il definitivo passaggio allo Stato sabaudo dopo la fine della guerra portava ad un restauro della chiesa Collegiata di Santa Maria Nuova, facendo scomparire l’aspetto tardo gotico originario, e anche alla ricostruzione della chiesetta di San Valerio sul colle del castello. Tuttavia, il centralismo delle «Regie Costituzioni» emanate dal re Vittorio Amedeo II nel 1723 sui culti patronali locali, costrinsero a limitarne l’esercizio; benché il culto di San Valerio fosse in pericolo, la popolazione luese continuò a mantenerlo come «Santo tutelare e protettore», a richiedere il suo aiuto «nelle presenti contingenze di guerra e siccità» e a celebrarne la festa del 22 gennaio con sfarzo sempre maggiore.
Osteggiavano il lusso assunto dalla festività (i giorni di vacanza per la preparazione e lo svolgimento, la spesa di 100 lire di cui si caricava il Comune, la lunghezza del percorso fino a notte fonda, la musica, lo sparo di mortaretti e di fuochi «di gioia») sia il Sinodo casalese sia lo Stato sabaudo nella persona del governatore del momento, conte Sicco d’Ovrano. Ma ben presto altri problemi sorgevano: l’occupazione napoleonica e l’annessione alla Francia avviava il mondo religioso verso funzioni prevalentemente assistenziali e la soppressione di confraternite e collegiate, con l’incameramento dei loro beni, colpiva anche Lu e faceva decidere nel 1813 la demolizione della chiesetta di San Valerio sul colle, poiché nuovamente in cattivo stato. Con la Restaurazione, la visita pastorale del 1833 riporta come il culto del santo fosse sempre presente con la processione del 22 gennaio e l’ostensione delle reliquie, questa volta per richiedere la protezione dal colera che infestava il Piemonte. Nonostante questo, alla metà del secolo si ha notizia di un grande mutamento urbanistico: la sistemazione del centro cittadino, col restauro della chiesa di S. Maria Nuova e la creazione di una piazza antistante, abbattendo una casa lasciata in eredità alla curia e restaurando il fianco della chiesa eliminando le cappelle per irrobustire il muro perimetrale. Gli avvenimenti successivi, benché le leggi Siccardi e poi Rattazzi sopprimessero il capitolo dei canonici di Lu e incamerassero nella Cassa Ecclesiastica il loro patrimonio immobiliare, il culto del Santo ogni anno non venne mai disatteso, anche se la processione fu ridimensionata. Infine, l’autore ricorda la fusione dei comuni di Lu e Cuccaro nel 2019, negativa per la conservazione e il riconoscimento dei tratti peculiari dell’identità dei due comuni (a cura di Laura Palmucci, Centro Studi Piemontesi – Ca dë Studi Piemontèis E.T.S.).

