Recensioni: Mirella della Valle, Lucio Fabi, “Lacrime vive, i graffiti della Villa Hohenlohe di Castelnuovo”

Pubblicato anche sulla rivista L’Escalina, anno VII numero 1-2, 2025

La Villa di Castelnuovo, riparata dal tiro da quota 143, da residenza di villeggiatura si trasformò in sede di comando e ospedale militare, sede di smistamento, ricovero e ammassamento truppe nella Grande Guerra: da questo luogo i complementi in arrivo da Sagrado venivano inviati verso Bosco Cappuccio e le trincee. All’interno della villa, dove era stato allestito un posto di medicazione per gli intrasportabili, è ancora vivo il segno del passaggio dei soldati, inciso sulle pareti del salone al piano terra. Fu nel 2007 durante dei lavori di manutenzione furono scoperti e successivamente censiti 204 graffiti lasciati da giovani crudamente coscienti del destino che sarebbe loro toccato e che desiderarono essere ricordati attraverso un messaggio, o più semplicemente attraverso il loro nome, il luogo o il battaglione di provenienza. Tra di loro ci passò anche il soldato Giuseppe Ungaretti che qui compose i versi di Porto Sepolto. Qui Vittorio Sgarbi nel 2010 inaugurò il Parco letterario Giuseppe Ungaretti.Lucio Fabi, che soltanto nello specifico tema della scrittura dei soldati ha prodotto: Gente di trincea. La Grande Guerra sul Carso e sull’Isonzo (Mursia, Milano 1994) e Soldati d’Italia. Esperienze, storie, memorie, visioni della Grande Guerra, (Mursia, Milano 2014) sottolinea come, oltre alla scrittura di lettere e cartoline ai propri cari, (quattro miliardi di pezzi solo in Italia), vive un altro aspetto: «Un particolare segno della presenza, dell’individualità e dell’esistenza stessa del singolo militare in un contesto certamente pericoloso e difficile è certamente quello, spesso anonimo, inciso su pietra o legno, in contesti diversi, come una trincea, una porta, o ad esempio il muro di un edificio. Già alla fine dell’Ottocento l’antropologo Cesare Lombroso raccoglieva e studiava le scritte apposte dai carcerati sulle mura delle prigioni per scoprire la loro natura criminale e sviluppare la sua teoria del “delinquente nato”. Carceri, caserme e ospedali, luoghi di costrizione e sofferenza, sono stati da sempre luoghi in cui, chi vi soffermava, poteva lasciare un segno del suo passaggio. Amarissimo segnale, i graffiti ritrovati nelle celle del tristissimo campo di concentramento nazifascista della Risiera di Trieste, fotografati da Diego de Enriquez poco prima che venissero colpevolmente coperti da più mani di calce».Aspetto non certo isolato se pensiamo che lungo tutti i 600 chilometri di fronte dall’Adamello all’Adriatico trincee, ricoveri sono ricchi di graffiti e targhe, in massima parte censiti nel Catasto dei graffiti della Grande Guerra. Anche Villa della Torre di Valsassina – Hofer – Hohenlohe è uno di questi luoghi con oltre 200 graffiti incisi dall’estate del 1915 all’autunno del 1917 quando la zona fu sgomberata dagli italiani dopo la rotta di Caporetto. Lucio Fabi individua quattro grandi temi dai contenuti: a) segnalazione della presenza; b) marcato tono patriottico; c) scurrili o pornografici; d) pacifisti e contro la guerra. Un’attenta analisi di quei segni che volevano dimostrare tante cose dei soldati al fronte: essere ancora vivi, l’afflato patriottico della vittoria sul nemico di sempre, la pornografia per sentirsi ancora sessualmente vivi e quelli che invece, seppur anonimamente, aspiravano alla pace tra gli uomini. Molti di questi restano anonimi ma alcuni sono stati rintracciati come il soldato che scrisse sul muro: «Bernardo Mercando, Artiglieria da Fortezza, Borgofranco d’Ivrea, Provincia di Torino, 10 agosto 1916». Non si salverà dalla guerra due anni dopo sul fronte del Piave: «il 3 maggio alle ore quindici e minuti trenta morto in seguito a ferite multiple da scoppio accidentale di polveri al capo, agli arti. Con frattura consistente del femore sinistro e consecutiva grave emorragia». Come stilato nel referto dal tenente medico della 28ª Sezione someggiata di Sanità.

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